Cari amici,
con il presente numero di “Ut unum sint” vengono date le coordinate per il cammino formativo del nuovo anno. Vi potrete leggere la relazione della prof.ssa Barbara Pandolfi, già presidente generale delle Missionarie, sul tema: “Presbiteri secolari tra fedeltà di Cristo e credibilità nel mondo”. Con immediatezza e spiccata intuizione secolare legge per noi la “parabola” di Giona, cogliendovi alcuni tratti essenziali del ministero: la docilità alla Parola, la passione per l’evangelizzazione, lo stile della misericordia. Verranno pubblicate le schede per il lavoro da fare nei gruppi, tutte imperniate su queste e altre peculiarità dell’identità e della missione del prete. Esse tengono conto di quanto prodotto, con il metodo narrativo e sapienziale, dai laboratori del seminario di studio. A completare la proposta trovate anche il primo elaborato della Commissione Formazione Permanente, accompagnato da una proposta bibliografica.
Mentre vi invito ad attingere a questa ricchezza di pensiero e di esperienza, desidero accompagnarvi anch’io con qualche sottolineatura, come se con un pennarello colorato evidenziassi alcuni tratti che ritengo di primaria importanza.
Il Presbitero è “segno dell’audacia di Dio”. Titola così la cronaca che “Civiltà Cattolica” nel quaderno 3842 del 2010 propone della celebrazione conclusiva dell’anno sacerdotale. Il Papa infatti nella sua omelia ha messo in risalto «la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale». Egli ha detto: «Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola di assoluzione dei nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione, parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e il suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui».
In realtà, c’è nel sacerdozio un’ «audacia di Dio», il quale affida se stesso ad esseri umani: pur conoscendone le debolezze, egli li ritiene capaci di agire in vece sua e di essere chiamati al suo servizio e legati a lui «dal di dentro».
Impegniamoci a porre come fondamento di ogni riflessione sulla vita e sul ministero del prete questa verità, portatrice di grande fiducia, da contemplare con stupore e conservare con sana gelosia di fronte agli attacchi di una cultura piuttosto dissacrante e funzionalista.
San Francesco nei suoi scritti vede il sacerdote e parla di lui unicamente in rapporto all’Eucaristia. È l’Eucaristia il motivo della sua grande fede nei sacerdoti. È grande, infatti, lo stupore del suo cuore e dei suoi occhi nel contemplare il Figlio di Dio presente nel pane e nel vino consacrati. Così si esprime nelle Ammonizioni sul corpo del Signore: «Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote» (I,14-18).
È questa la ragione per cui Francesco rivolgendo ai frati un’ultima Ammonizione li esorta ad onorare i chierici «Beato il servo di Dio che ha fede nei chierici che vivono rettamente secondo la forma della santa Chiesa romana. E guai a coloro che li disprezzano; quand’anche infatti siano peccatori, tuttavia nessuno li deve giudicare, poiché il Signore in persona riserva solo a se stesso il diritto di giudicarli. Infatti quanto maggiore di ogni altro è il ministero che essi svolgono riguardo al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, così quelli che peccano contro di loro hanno un peccato tanto più grande, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo» (XXVI,1-4).
Nella lettera ai fedeli esorta: «Dobbiamo anche visitare frequentemente le chiese e venerare e usare riverenza verso i chierici, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per l’ufficio e l’amministrazione del santissimo corpo e sangue di Cristo, che essi sacrificano sull’altare e ricevono e amministrano agli altri. E tutti noi dobbiamo sapere fermamente, che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante parole e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che i chierici pronunciano, annunciano e amministrano» (II,33-35).
Negli ultimi anni della sua vita Francesco, gravato dal peso delle malattie e non potendo più raggiungere i frati e i fedeli, intensifica la sua attività epistolare. Rivolgendosi soprattutto a coloro che nella fraternità sono anche sacerdoti, lascia un monito, che suona quasi un testamento anche per noi che ci ispiriamo alla sua spiritualità: «Prego poi nel Signore tutti i miei fratelli sacerdoti (…) che quando vorranno celebrare la Messa, puri e con purezza compiano con riverenza il vero sacrificio del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, con intenzione santa e monda, non per motivi terreni, né per timore o amore di alcun uomo, come se dovessero piacere agli uomini» Lettera a tutto l’Ordine, 14).
Per completare questo excursus francescano, vi invito a leggere una piccola pubblicazione delle edizioni Porziuncola, del 2010, dal titolo “Dio nelle nostre mani”, che riporta la Lettera di Francesco d’Assisi sul sacerdozio e l’Eucaristia. E individuiamo il cuore di tutta questa mia prima proposta: il sacerdozio è un dono gratuito di Dio, è il mezzo con cui Cristo continua a donare agli uomini la sua grazia, è il luogo della perenne effusione dello Spirito.
Un abbraccio per tutti, in semplicità e letizia
Don Francesco