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LETTERA DEL PRESIDENTE - maggio 2016

“PROVOCATI DALLA STORIA ”

Carissimi fratelli ed amici,
    
mi è capitato di seguire in televisione una delle attività del nostro Parlamento, nota sotto il nome di question time, durante la quale alcuni parlamentari rivolgono al Governo delle interrogazioni, ottenendone una risposta. Tra gli altri temi posti all’attenzione di tutti vi era la questione degli immigrati, che sta suscitando tanto travaglio tra gli Stati dell’Unione Europea.

L’interrogante, appartenente ad un noto gruppo politico del nostro Paese, sotto il pretesto di salvaguardare le radici cristiane dell’Europa (qui è il paradosso!), ha presentato il dramma dell’immigrazione con toni talmente offensivi della stessa dignità umana delle persone, che personalmente mi sono sentito affiorare dall’intimo dell’animo uno sdegno incontenibile al pari di una valanga. L’onorevole interrogante si è perfino spinto ad un atto di puro terrorismo,  quando ha prefigurato un’imminente invasione “ottomana”, che dovrebbe cancellare il cristianesimo dalle nostre terre:  in questo modo si è tolto la maschera, rivelando un approccio penosamente razzista al problema e sicuramente dimenticando che proprio noi italiani, abitanti di una terra storicamente attraversata da tanti popoli diversi, siamo assai meno una “razza” da proteggere e assai più il risultato dell’incontro di razze e culture diverse.

E’ difficile e forse inutile pensare di controbattere alla propaganda politica che spudoratamente strumentalizza per i propri interessi i drammi dell’uomo e dell’umanità e perfino il nome stesso di Dio. Invece mi preoccupa seriamente, come cittadino e come pastore, l’idea che le dichiarazioni dell’onorevole potessero contare su una condivisione più o meno ampia da parte della nostra gente: sarebbe il segno manifesto di un pericoloso regresso sul piano della civiltà (che si misura dal rispetto dell’uomo al di là di ogni differenza e dalla solidale convivenza tra i popoli e le persone) e di una fede mortalmente malata, perché in totale contrasto con gli insegnamenti del Vangelo.
 
Una lettura sapienziale dell’attuale fenomeno storico delle migrazioni di massa, che sicuramente è problematico e genera turbamenti e difficoltà, dovrebbe come cristiani ispirarci delle salutari provocazioni capaci di aprire davanti ai nostri passi sentieri inesplorati di necessaria conversione, senza la quale il nostro pellegrinaggio dentro la storia è destinato a rimanere inchiodato nella sconfortata confusione e nelle frustrazioni dei due discepoli di Emmaus.

Una prima provocazione, che mi sembra di individuare, è un appello forte che Dio rivolge a noi, popoli sedentarizzati e radicati nelle nostre sicurezze, a riscoprire la spiritualità del mettersi in cammino, che riaccende la consapevolezza per nulla scontata che noi siamo in questo mondo stranieri e pellegrini (cfr 1Pt 2,11) e che per stare dentro il disegno di Dio è necessario che usciamo veramente dalla nostra terra e dalla nostra casa per andare laddove Egli vuole condurci (cfr Gn 12,1). Non è forse più evangelica la condizione di chi migra rispetto alla condizione di chi è diventato sedentario? Sono sicuro che tutti ne siamo convinti, perché è un dato della storia della salvezza. Ma la domanda è: noi in quale condizione effettivamente ci troviamo? Forse abbiamo proprio bisogno che la storia ci ricordi da che parte dobbiamo stare!

Una seconda provocazione nasce dalla considerazione che coloro che migrano lo fanno sicuramente non per sport o per convenienza, ma costretti da un bisogno (che può essere la fame o la guerra) spesso generato dal mondo a cui noi apparteniamo, cioè: dalla nostra prepotenza culturale (vogliamo imporre agli altri i nostri modelli culturali, perché probabilmente ci garantiscono di più nei nostri privilegi) e dalla nostra prepotenza economica (molta della nostra ricchezza proviene dallo sfruttamento dei più deboli, che diventano anche sempre più poveri). Essi vengono quindi a riprendersi ciò che a loro viene ingiustamente sottratto. Tutto questo non serve forse per ricordarci che la terra e le sue risorse non sono destinate solo ad alcuni, ma che appartengono a tutti? E che se i sistemi economici che governano il mondo non sono intrinsecamente in grado di ristabilire il giusto equilibrio in questa materia, resta alla carità di cui dovremmo essere testimoni il compito di restituire ai poveri ciò che alla loro vita viene sottratto? E i migranti non ci ricordano anche che noi, che ci facciamo del Vangelo un vessillo, abbiamo il dovere di promuovere l’interculturalità, superando la tentazione di voler assimilare a noi chi è diverso da noi? Non spetta a noi costruire quella che don Tonino chiamava “la convivialità delle differenze”?

Una terza provocazione mira a verificare sul terreno della concretezza quello che con enfasi proclamiamo quando diciamo che “ogni uomo è mio fratello” e che la fraternità universale costituisce la vita del Regno di Dio, non solo perché di tante pecore ne fa un solo gregge, ma anche perché risana gli effetti del peccato delle origini, per cui il fratello mette a morte il fratello. I migranti vengono a chiederci conto di quello che predichiamo. E ognuno di noi sa che la vera fraternità nasce dalla prossimità e dall’impegno a restituire dignità umana a chi l’ha perduta o per propria responsabilità o perché se la vede negata.

Forse è un’utopia (ma anche il Cristianesimo è un’utopia!), ma io sogno il giorno in cui un rappresentante del popolo si alza in Parlamento e parla del fenomeno delle migrazioni di massa non come di un problema, ma come di un’opportunità e di una grazia e domanda al Governo del Paese cosa intende fare per far sì che questa grazia non passi invano. Nell’attesa che questo si realizzi (se mai accadrà!), noi missionari del Regno che facciamo? Ci lasciamo ammaliare dalle mistificanti sirene di un pensiero che appare logico secondo i criteri mondani ma del tutto illogico secondo la mente di Dio, o vogliamo correre il rischio di andare controcorrente e di essere testimoni veri della cultura del Vangelo? Quali sono le scelte concrete che intendiamo prendere, per rimanere nella trincea della storia e non passare nelle retrovie?

Non oso dare delle risposte, perché credo che la risposta debba essere cercata nelle profondità del cuore di ognuno di noi, dove Dio ha fatto un investimento piantando i semi della pluriforme vocazione di cui siamo portatori. Mi piace però lasciare in ognuno che legge un pizzico di sana inquietudine, che riaccenda se si è assopita o sproni ulteriormente se rugge dentro la passione della fanciulla del Cantico dei Cantici, che corre per valli e per monti a cercare l’amato del suo cuore.

Buona corsa a tutti.
 
Giuliano

 

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SPROWOKOWANI PRZEZ HISTORIĘ

Sollicités par l’histoire

 
Seminario di studio 2016

Apostoli ed educatori per la missione:
in ascolto delle speranze del mondo


Data: 13 gennaio 2016

Luogo: Villa Campitelli, Via Sulpicio Galba, 4 – 00044 FRASCATI (Tel. 06.9426434)

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Relazione del prof. Franco Miano

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Dibattito

 
La profezia della consacrazione secolare alla luce del magistero di Papa Francesco
Il cammino compiuto dagli Istituti Secolari, dalla “Provida Mater Ecclesia” a oggi, sia a livello di riflessione teologica e magisteriale che a livello di esperienza di vita, ci permette di affrontare l’argomento di questo Convegno tenendo sullo sfondo alcuni dati acquisiti: la piena consacrazione, la sua dimensione secolare, lo spirito missionario inteso prevalentemente come lettura dei segni dei tempi e animazione cristiana della realtà terrena, lo stile del dialogo.
 
 
Institut Séculier des Prêtres Missionnaires de la Royauté du Christ

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