Cari amici,
    avete mai provato ad ascoltare i laici del vostro consiglio pastorale, o eventuali altri collaboratori, per sentire cosa pensano di noi e del nostro ministero? L’han fatto i preti della diocesi di Crema, su sollecitazione del vescovo, ed hanno ottenuto una risposta degna di essere ripresa perché richiama alcuni degli elementi costitutivi del nostro carisma sui quali andiamo riflettendo proprio in questo anno formativo. Vi invito a riprendere l’art. 28 delle Costituzioni.
Il primo sentimento espresso è stato quello della gratitudine e della stima. C’è consapevolezza nel nostro popolo sia della grandezza del ministero sacro (“Senza di te non avremmo l’Eucaristia e quindi nemmeno questa nostra chiesa” affermano testualmente) sia delle fatiche che ne accompagnano l’esercizio, “nel contesto di una società in cui i valori evangelici appaiono in controtendenza rispetto a quelli in voga”.
Desiderano però che la sua prima forma sia costituita dal rapporto con Dio, nella preghiera, nel silenzio adorante, nell’ascolto della Parola, nella intercessione a favore della comunità, soprattutto nella celebrazione dei sacramenti. Chi potrebbe diversamente rispondere alla sete di Dio che è presente nell’uomo?
Ma l’aspetto del ministero maggiormente richiesto e apprezzato è quello della relazione. I laici vogliono il prete “meno separato, più disponibile a stare con le persone, a stare vicino soprattutto ai giovani per guidarli”. I laici capiscono che noi abbiamo bisogno dei nostri momenti di solitudine e di silenzio, proprio perché siamo “uomini di Dio”, ma ci chiedono di saper coniugare questa nostra identità con l’altra, ugualmente caratterizzante, quella di “uomini delle relazioni”. “Crediamo – scrivono – che oggi sia una missione fondamentale del tuo ministero incontrare le persone nei loro ambienti familiari, dove si vivono le scelte e le sofferenze (…). Non ti vogliamo tanto esperto di comunicazioni, quanto capace di relazioni e di dialogo”.
Risalta comunque in senso molto positivo il fatto che i laici di Crema non intendono con questa sottolineatura avanzare delle pretese, ma tendere una mano. Noi ci sentiamo sempre in dovere di dare risposte, comprensione, vicinanza, di essere per gli altri, i fedeli, la comunità, e di saper invece bastare a noi stessi. La relazione passa anche attraverso il riconoscimento dei nostri bisogni, di affetto, di appoggio, di amicizia. “L’uomo – scriveva già Benedetto XVI nella sua prima enciclica – non può vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre e soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore deve anch’egli riceverlo in dono” e aggiungeva che “dove le due dimensioni si distaccano completamente l’una dall’altra, si profila una caricatura o in ogni caso una forma riduttiva dell’amore” (Deus Caritas est, 7-8). I laici sono capaci di comprensione, di sostegno, di aiuto disinteressato. A volte basterebbe accordare loro fiducia, riuscire a confrontarci con loro, a condividere i problemi. Lo chiedono con delicatezza ma con chiarezza, convinti che solo così si può attuare “quella corresponsabilità che è una delle caratteristiche più significative della Chiesa voluta dal Concilio”. “Insomma – scrivono – ti vorremmo, oltre che «guida della comunità», anche «fratello in mezzo ai fratelli».
A volte restiamo delusi dall’impegno dei laici, che si prendono degli impegni e poi “ti mollano” oppure “cercano anche di prendere il tuo posto”. Ma il problema riguarda la loro formazione: non si può “arruolare il primo che passa, giusto per tappare qualche buco”; “il segreto sta nella scelta di laici sereni e contenti della loro condizione, con un’adeguata e continua formazione spirituale, culturale, pastorale”.  Ecco un’altra richiesta che i laici ci fanno, quella di aiutarli a crescere, soprattutto “nell’appartenenza alla Chiesa e a essere operatori di comunione” e ad accostarli non come semplice manovalanza nella vita della comunità cristiana, ma come protagonisti entusiasti e competenti.
Viene toccato anche il tema delle vocazioni, che tanto ci sta a cuore. C’è un passaggio nel loro argomentare che merita attenzione. Non è nuovo, ma è nodale e domanda continua verifica e conversione: “Solo testimoniando insieme, con gioia ed entusiasmo, la bellezza della vita cristiana, potremo suscitare all’interno della nostra diocesi, delle nostre comunità, delle nostre famiglie nuove vocazioni sacerdotali”.
Concludo recuperando dal testo, che vi invito a leggere interamente in “Orientamenti pastorali” 10/2010, quest’altra immagine provocatoria: “È bello vedere, durante alcune celebrazioni liturgiche, i calorosi abbracci di pace che vi scambiate fra sacerdoti. Ci piace pensare a questa immagine quale paradigma delle tue relazioni nelle varie situazioni pastorali. Tu sei chiamato ad essere il volto accogliente di Dio e vorremmo che tu fossi l’apripista nell’accoglienza dei fratelli, con uno sguardo di misericordia”.

Un abbraccio per tutti, in semplicità e letizia

Don Francesco