Carissimi fratelli ed amici,
voglio riallacciarmi ad una delle schede che supportano il nostro cammino formativo dell’anno e che rimette in campo un tema che a noi, membri di un Istituto Secolare, dovrebbe essere molto congeniale: quello del discernimento dei segni dei tempi. Lo faccio per ribadire un dato che credo sia condiviso da tutti: che cioè l’attuale pontificato appare senza dubbio come un “segno” da leggere con molta attenzione. Saremmo davvero ciechi se non riconoscessimo l'assoluta novità rappresentata dal papa Francesco tanto con il suo magistero ( non solo per quello che dice, ma anche per come lo dice), quanto con il suo stile del tutto inedito. Sono convinto che il papa si rende conto che il suo modo di esprimersi e i gesti che compie sono esposti al rischio della strumentalizzazione e dell'interpretazione ambigua. Egli tuttavia sembra accettare questo rischio, pur di rompere gli schemi obsoleti dentro i quali la Chiesa si era impantanata, perdendo tutta la forza profetica che nativamente gli appartiene, e finendo per non riuscire più ad essere fermento evangelico per la vita del mondo.
Due peculiarità dello stile di Papa Francesco mi sembrano particolarmente significative per noi, che portiamo il carisma della secolarità consacrata:
1 - anzitutto, egli ci provoca a non partire dai principi, ma dall'uomo; pur dovendo avere sempre di mira l'obiettivo di condurre l'uomo ad una vita radicalmente nuova, così come è proposta dal Vangelo, occorre tenere conto della situazione di partenza, che è quella nella quale l'uomo reale si trova, non certo per fare sconti sui principi o sugli obiettivi, ma per realizzare un accompagnamento attento all'uomo, a somiglianza del misterioso "compagno di viaggio" dei due discepoli di Emmaus; ciò significa intraprendere con la persona interessata un cammino che è fatto di paziente gradualità, di piccoli passi, quelli che a lei sono concretamente possibili nel contesto dei tanti condizionamenti di cui è succube, senza la fretta di voler vedere subito i frutti, perché ciò non rispetterebbe i tempi dello Spirito e rischierebbe di farci diventare giudici inflessibili, anziché teneri compagni di viaggio; e questo è proprio lo stile dell'incarnazione, quello scelto da Dio per salvare l'uomo e il mondo, a fronte di un farisaico arroccamento dietro la rigidità della legge, che Gesù contesta costantemente e vigorosamente; è evidente che tale stile è sicuramente più rischioso di quello dei farisei: per questo richiede una più tenace alleanza con lo Spirito; ma al traguardo si arriva non se lo si contempla come un ideale impossibile, ma solo se si affronta coraggiosamente il rischio di camminare, sia pure attraverso un percorso insidioso, verso la metà;
2 - in secondo luogo, papa Francesco ci provoca a ripartire dalle periferie e dagli ultimi, recuperando la spinta missionaria, che è insita nella vocazione cristiana, è compito primario della Chiesa e per noi, consacrati nel mondo, è dimensione portante della nostra identità; non si tratta evidentemente di uno slogan, ma di aprire un cantiere per ripensare radicalmente la nostra pastorale e l'esercizio stesso del nostro ministero, che molto spesso forse rischiano di impantanarsi negli stagni di una conservazione illusoria, perché irreale, dal momento che la nostra cultura, almeno quella dell'Europa occidentale, è dominata dal secolarismo e dall'agnosticismo, pervadendo anche la fascia di coloro che sogliono chiamarsi "cristiani praticanti".
Per rinnovare la nostra pastorale non vedo altra via che ripartire veramente e seriamente dal Concilio Vaticano II, che postula:
1 - un ascolto profondo e disponibile della Parola, facendo attenzione a non servirsi della Parola ma a farsi servi della Parola; non è servo della Parola chi, ascoltandola, non avverte anzitutto un improcrastinabile appello alla personale conversione; tutto il resto rischia di essere solo strumentalizzazione;
2 - lo sposare il mistero della chiesa-comunione, acquisendo una vera mentalità di Chiesa e spendendosi senza remore nella educazione al senso ecclesiale; diversamente rimaniamo vittime di un tragico individualismo che è una autentica struttura di peccato; forse che non hanno qui la loro radice "le chiacchiere, le invidie, le gelosie", che papa Francesco non perde occasione per denunciare?
3 - il recupero del senso genuino del celebrare, che fa della liturgia non un semplice atto di culto ma la sorgente della vita di fede e il luogo privilegiato dell'incontro con il Crocifisso-Risorto; quale triste spettacolo è osservare il riaffiorare prepotente, anche nelle nuove generazioni di presbiteri, di nostalgia per un obsoleto formalismo liturgico, acriticamente assunto per il solo fatto che appartiene al passato, con l'illusione che basti per dare consistenza spirituale al celebrare, mentre in realtà finisce per servire solo all'autoreferenzialità del presbitero e a perpetuare una liturgia estemporanea e disincarnata, perché incapace di dialogo con il mondo che cambia;
4 - la consapevolezza che il mondo non è solo il destinatario della salvezza, ma è anche il luogo della salvezza, per cui non c'è pastorale efficace laddove non si ė impegnati senza reticenze nel costruire un rapporto positivo con questo mondo, nel quale la sapienza di Dio ci ha collocati.
A fronte di un gran parlare di "nuova evangelizzazione", con il Vaticano II lo Spirito ci ha aperto davanti le strade nuove lungo le quali far correre l'annuncio del Vangelo. Perché a cinquant'anni dal Concilio, ancora stentiamo ad intraprenderle? Forse, per noi presbiteri consacrati in saeculo è proprio questo il compito specifico che ci deriva dal nostro carisma, il grande "segno dei tempi" che attende di essere riconosciuto e corrisposto. Sarei felicemente orgoglioso se il nostro Istituto, con la coraggiosa ed umile semplicità che gli proviene dall'ispirazione francescana, decidesse di spendersi in questa direzione nella sua missione al servizio del Regno.
Intanto, il Signore riempia il cuore di tutti con la sovrabbondanza della sua pace e con la dolce fragranza del suo Spirito.
Giuliano


