Carissimi fratelli ed amici,

ritorno su un tema di dibattito, che in passato ci ha molto appassionato e che ora sembra aver messo la sordina quasi che tutto fosse assodato, per ribadire che il carisma della secolarità, che abbiamo ricevuto, ancorché giunto alla nostra consapevolezza in un momento successivo, non rappresenta un di più rispetto al ministero presbiterale, un “sostegno” come qualcuno in altri tempi si esprimeva, ma costituisce la forma attraverso la quale noi siamo chiamati a vivere concretamente e storicamente il sacramento dell’Ordine. Il che significa che esso fa parte integrante e imprescindibile del disegno vocazionale che ci ha investiti e non prenderlo nella dovuta considerazione espone il nostro sacerdozio ad una sorta di incompiutezza e di inautenticità, se non addirittura all’infedeltà rispetto al dono e alla responsabilità ricevuti.

Dico questo non con l’intento di suscitare inutili sensi di colpa, ma per sottolineare lo spessore di vera ed autentica vocazione del nostro carisma, che deve metterci in guardia dal rischio di un approccio riduttivo ad esso, quasi fosse una cornice separabile dal quadro e che non appartiene all’essenza stessa del nostro sacerdozio. Per questo sarei portato a prendere le distanze, un tempo abbastanza utilizzata, dall’affermazione che si tratti di “una vocazione nella vocazione”, quasi che nella mente e nel cuore di Dio possa essersi formato a nostro riguardo un primo pensiero a cui poi se n’è aggiunto un secondo, a modo di abbellimento. L’unica forma della nostra vita e del nostro ministero presbiterale è quella che passa attraverso il carisma della secolarità consacrata: vocazione sacerdotale e vocazione alla consacrazione non sono due vocazioni, ma due componenti di un’unica vocazione, per cui la cura del carisma è quanto mai essenziale per portare a compimento il sacerdozio di cui siamo investiti.   

Questo significa che non soltanto dobbiamo amare il nostro carisma con lo stupore traboccante di gratitudine di chi si sente, nella sua piccolezza, collocato al centro di un luminoso mistero, ma dobbiamo lasciarsi plasmare, anzi cesellare, dal carisma con la stessa sofferta ed esaltante passione con cui nel Cantico dei Cantici la sposa si lascia ridefinire dall’amore dello sposo. 

Il motore della nostra configurazione secondo il carisma, che in ultima analisi è conformazione a Cristo, è la tensione verso la radicalità evangelica, che non sopporta mediocrità, compromessi, approssimazioni, superficialità. Ovviamente la radicalità non è un dato acquisito una volta per tutte, ma è una “tensione”, un cammino graduale, la ricerca con cui la terra arida anela ad essere fecondata dall’acqua e non è mai paga fintanto che non sia da essa interamente impregnata, l’animo con cui mi accosto a qualsiasi frammento del mio vivere sacerdotale quotidiano per farlo diventare vivido riflesso di quella luce che riscalda il cuore, riempie di senso la vita, comunica i fremiti della vera gioia. Dobbiamo pertanto interrogarci se in tutto quello che viviamo e che facciamo siamo per davvero testimoni riconoscibili di radicalità evangelica, senza la quale non ci può essere santità.
Le nostre Costituzioni, sulla base dell’osservanza dei consigli evangelici, puntualizzano (cfr gli artt. 1-6) gli ambiti specifici in cui ricercare e realizzare in via prioritaria la radicalità evangelica secondo il nostro carisma, e sono:
1.    l’unità della vita e la docilità allo Spirito attraverso una ricca e profonda vita interiore;
2.    la donazione totale di sé per servire come presbiteri Cristo e il vangelo nei fratelli;
3.    la testimonianza di un umanesimo redento attraverso l’acquisizione delle “virtù umane”;
4.    il rapporto libero e liberante con il mondo per orientarlo verso il Regno;
5.    l’impegno della comunione, riflesso e partecipazione della vita trinitaria, ad iniziare dal proprio presbiterio diocesano;
6.    la disponibilità a pagare di persona il rinnovamento ecclesiale, da interpretare attraverso la lettura dei segni dei tempi;
7.    la visione ottimistica della storia, fondata sul dinamismo della Pasqua di Cristo.

Sono queste le strade che incrociano la missione affidataci dal nostro carisma e sulle quali si deve esprimere la nostra “competenza” vocazionale, pena la condanna all’insignificanza per noi e per la “via perfectionis” che lo Spirito ha aperto davanti ai nostri passi.

Voglio pensare che il nostro camminare lungo le strade della storia non somigli tanto al pesante e triste incedere dei due discepoli di Emmaus, quanto al correre libero e gioioso, sotto il vento dello Spirito, del fraticello che una mano ispirata ha voluto imprimere sulla copertina delle nostre Costituzioni. È l’augurio pasquale che con la più grande fraternità mi piace deporre nel cuore di ognuno di voi.


Giuliano


Sich vom Charisma formen lassen


SE LAISSER MODELER PAR LE CHARISME


Niech charyzmat nas kształtuje