Amatissimi fratelli ed amici,
 
il carisma di cui noi siamo portatori, come tutti i doni di Dio, non ci è dato per nostro esclusivo vantaggio: anzi, sarei portato a pensare che la ricaduta positiva su di noi sia solo una conseguenza, mentre in primo luogo i doni di Dio sono dati per il bene comune. Mi pare sia questa la lezione che ci offre l’apostolo Paolo quando afferma senza mezzi termini: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune!» (1Cor 12,7). Questo significa che nessuno può pensare di trarre frutto dai doni ricevuti se prima di tutto non li traffica e non li pone a servizio di ciò per cui furono dati. È come dire che il carisma, se non viene annunciato e messo a servizio degli altri, è come se non ci fosse.
 
Può sembrare questa una conclusione drastica e paradossale, ma non è il Vangelo che ci ricorda che il talento nascosto sotterra viene tolto a chi lo aveva ricevuto e viene dato a chi ha dimostrato di saperlo mettere in circolo (cfr Mt 25,14-30 e anche Lc 19,12-27)?
Abbiamo dunque l’altissimo onore e la grave responsabilità di annunciare il carisma che ci è donato e metterlo a servizio della Chiesa e degli uomini. Sicuramente si tratta di un onore, cioè di un compito che va ben al di là dei nostri meriti e delle nostre capacità: infatti, «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7); nello stesso tempo l’aver ricevuto la grazia di questo compito accresce la nostra dignità, perché rivela la volontà di Dio di averci come suoi collaboratori nella realizzazione del suo disegno d’amore, come proclama il Salmo 8 quando dice: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato» (8,6).
 
Ma si tratta anche di una grave responsabilità, perché i carismi che Dio ci dona indicano il tipo di presenza che noi siamo chiamati a realizzare nel mondo, dalla quale dipende la nostra realizzazione.
 
L’annuncio del carisma, pertanto, non si compie attraverso un procedimento verbale, ma preferenzialmente attraverso la presenza che noi realizziamo. D’altra parte il riserbo, di cui saggiamente e prudenzialmente le Costituzioni circondano la nostra vocazione, esclude che la via della pubblicità sia quella da seguire: è la nostra vita quotidiana, cioè il mondo delle relazioni che noi viviamo, degli atteggiamenti e delle scelte che assumiamo, il pulpito da cui il nostro carisma si presenta al mondo. Per annunciare il carisma dobbiamo quindi curare, anche nei particolari più minuti, il nostro vissuto quotidiano.
 
Quando gli altri ci riconosceranno di essere dei preti singolari, allora forse abbiamo un sintomo della nostra fedeltà al carisma ricevuto. Dico “forse”, perché la singolarità talvolta potrebbe risultare sinonimo di stravaganza, che ha come scopo quello dell’autoesaltazione dell’io: in questo senso, saremmo ben lontani dall’essere ciò che dobbiamo essere. La singolarità che deve caratterizzarci è quel fascino misterioso che promana, al di là di ogni intenzionalità, da una vita protesa ad incarnare valori autentici, per i quali vale la pena di spendersi interamente. È questa singolarità, non cercata, non condivisa e perfino contrastata e tuttavia riconoscibile e riconosciuta, che costituisce la prima forma della nostra profezia. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’autoreferenzialità e non è in contrasto con la minorità, perché la prima indica la propensione a servirsi del ministero per ricevere consensi e affermazione di sé, e la seconda riguarda l’atteggiamento di chi ha chiara contezza di essere del tutto inadeguato rispetto al dono di Dio per cui sta attento a mettere in risalto se stesso allo stesso modo con cui si impegna a manifestare tutta la bellezza e la grandezza del dono ricevuto.
Al contrario, credo che dovremmo preoccuparci se la nostra presenza dovesse passare inosservata come una presenza incolore e insapore: forse vorrebbe dire che la nostra vita non parla ma resta muta, come Zaccaria dopo l’annuncio della nascita del Battista.
Se poi partiamo dalla considerazione che il carisma donatoci è per il bene comune, allora dobbiamo dire che i nostri presbiteri e il frammento di mondo in cui viviamo saranno più poveri senza la luce della nostra profezia. Noi siamo per certi versi “necessari” e la consapevolezza di ciò, piuttosto che alimentare inutilmente il nostro orgoglio, deve farci sentire tutta la responsabilità che grava sopra di noi e spronarci a quel coraggio della coerenza, ricercata e perseguita, che rappresenta un elemento qualificante dei propositi formativi che ci siamo dati nell’ultima Assemblea elettiva del 2012.
 
Naturalmente, la coscienza della responsabilità che ci è affidata non deve minimamente incrinare in noi la gioia dell’impagabile privilegio che ci è dato, quello di essere strumenti piccoli, poveri ma resi utili dalla grazia, perché il Regno di Dio raggiunga il cuore di ogni uomo. 
 
Il tempo che viviamo ci domanda di essere gioiosi annunciatori del nostro carisma, perché mai come oggi forse l’uomo ha bisogno di riscoprire il Dio incarnato dentro la storia, questa storia concreta che, nonostante le sue contraddizioni, è il luogo in cui l’amore che libera e che salva si rivela e si comunica. È questa la nostra prima missione.
Il Signore doni a tutti l’ansia e la gioia di essere trasparenza di Lui.


Giuliano


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