Carissimi fratelli ed amici,

     vorrei ritornare su un tema a cui ho avuto modo di accennare nell’incontro con il presidente durante i corsi di Esercizi Spirituali di quest’anno, quando evidenziavo che per quanto riguarda il nostro carisma si pone oggi, soprattutto per noi europei, un problema vocazionale, suggerito anche dai numeri che vanno diminuendo particolarmente in alcune zone del nostro Continente.

Sicuramente quello dei numeri non è il criterio più illuminante per leggere quanto accade. Infatti, alcune ricerche compiute recentemente per analizzare il fenomeno del calo numerico delle vocazioni sacerdotali in Italia dimostrano che la causa principale della contrazione numerica e dello svuotamento dei seminari maggiori è riconducibile al crollo della natalità, mentre solo con un’incidenza percentuale assai più contenuta vi concorrono altre concause, che non sto qui neanche a richiamare.

E’ chiaro che le vocazioni dipendono dalla chiamata di Dio e se Egli non chiama è inutile affannarsi. Ma per il nostro caso si tratta veramente di un difetto di iniziativa da parte di Dio?  Quasi sempre Dio si serve di strumenti umani per comunicare con l’uomo. Per cui, è legittimo che ci interroghiamo: non è che il difetto stia in noi che, per assuefazione o per pigrizia o per altre inclinazioni dello spirito che abbassano il livello di docilità alle mozioni di Dio, manchiamo di trasmettere agli altri quello che a nostra volta abbiamo ricevuto?

Se il carisma della consacrazione secolare è per noi un talento o un tesoro, non possiamo tenerlo nascosto e non possiamo accontentarci di viverlo per noi stessi. Il dono ricevuto è dono nella misura in cui continua ad essere donato: l’accantonamento o l’accaparramento del dono svilisce il dono stesso e lo svuota di significato.

Solo in questo senso pertanto la contrazione numerica dei sodali europei ci deve far problema. Non basta essere testimoni di ciò che rende più bella la nostra vita sacerdotale: dobbiamo esserne anche annunciatori. Anzi, in una logica tipicamente francescana, come ci veniva sottolineato nel Seminario di studi unitario dell’ottobre scorso, non si tratta solo di annuncio, ma perfino di restituzione: vale a dire restituire a Dio, quasi fosse un prestito, passandolo di mano ad altri, un dono che io ho ricevuto e a cui ho aggiunto la ricchezza di concretizzazione sperimentata nella mia storia personale.

Occorre stare attenti, tuttavia, che questo impegno non rimanga inficiato dalla tentazione, più o meno avvertita, del proselitismo, dell’ansia di far numero. Per cui è necessario discernimento spirituale. Mi sembra chiaro che nel fare la proposta dell’Istituto a qualcuno non dobbiamo lasciarci condizionare da valutazioni puramente umane, che non sanno leggere nel cuore delle persone e nel mistero dei disegni di Dio. Sarebbe per noi gravemente colpevole se le impressioni esteriori, i pregiudizi o il sentito dire fossero per quanto ci riguarda criterio di selezione.

Ciò nondimeno, dobbiamo stare attenti a credere, come purtroppo sovente accade, che certe problematiche, che alcune persone manifestano, piuttosto che risolverle affrontandole coraggiosamente e lealmente, si possano superare facendo indossare alle persone un abito nuovo. Mi riferisco a forme di incertezza sul piano dell’identità sacerdotale e degli impegni che l’accompagnano, talvolta anche a stati di confusione in ordine alla maturità umana della personalità, che se non si chiariscono previamente, non solo non traggono giovamento alcuno dall’accesso allo stato di vita consacrata, ma possono perfino riceverne un danno maggiore. E’ l’evangelica pezza nuova che viene cucita sopra un abito vecchio e finisce per strapparlo ulteriormente rendendo ancora più grave il danno complessivo.

Non voglio dire che per accedere alla vita consacrata occorre essere “perfetti”: in tal caso la vita consacrata sarebbe superflua. Tutti abbiamo le nostre debolezze e le nostre ferite, tutti credo brancoliamo talvolta in stato confusionale. Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Ma come può attecchire un seme in un terreno incapace di accoglierlo, se prima non si è provveduto a dissodarlo vincendone le resistenze e le rigidità? Senza un conveniente discernimento, anche se la proposta che si fa è buona non si rende un buon servizio alle persone. Il fatto poi che la proposta sia rivolta a preti già ordinati non autorizza affatto ad escludere che possano permanere in qualcuno di loro deficit anche molto seri di maturità umana e vocazionale. Ecco perché, prima di avviare all’itinerario di iniziazione alla vita dell’Istituto, è sempre opportuno premettere un’esperienza in seno al gruppo, facendo in modo che tutto il gruppo si senta impegnato con l’interessato in un sano e giusto discernimento.  Il dinamismo proprio della vita consacrata funziona e arricchisce la persona solo se in lei vi è realmente l’anelito e la ricerca di perfezione nella vita e nel ministero sacerdotale.

Anche noi, che viviamo lo stato di vita consacrata, dobbiamo vigilare che questo anelito non si affievolisca e questa ricerca non si assopisca, perché diversamente anche per noi si aprirebbe un serio problema vocazionale.

L’ardore di San Francesco ci aiuti a mantenere alti il desiderio e l’impegno di essere “rapiti e assorbiti” dall’amore di Cristo.

Giuliano


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