Amatissimi fratelli ed amici,

                    per la benevolenza dei membri dell’Assemblea elettiva sarò ancora io per qualche tempo ad accompagnare il cammino comune del nostro Istituto, provando insieme con voi ad interpretare dove lo Spirito intende condurci. Lo faccio con umiltà, consapevole della mia pochezza, ma anche con tanta fiducia nella grazia di Dio, che sovente vuole servirsi di ciò che conta poco, e nella collaborazione della bella squadra di consiglieri, alcuni nuovi altri sperimentati, che sapranno sicuramente compensare e supplire alle mie deficienze.

    L’esperienza dell’Assemblea Generale è sempre uno straordinario momento di grazia: mettersi in ascolto di quello che lo Spirito dice alla Chiesa significa provare l’ebbrezza delle vette e il gusto intenso delle profondità. Di questo dobbiamo insieme rendere grazie.

    Credo di poter dire che l’Assemblea ha fatto un buon lavoro di lettura dei segni dei tempi e di discernimento, reso più prezioso dall’incomparabile ricchezza dell’universalità, rappresentata dal convenire di culture ed esperienze di popoli e continenti diversi.

    Il nostro cammino e la nostra missione hanno trovato nuovi promettenti stimoli per il servizio del Regno, mantenendo fermo il “sentire cum Ecclesia” e la scelta, che appartiene al DNA dello spirito francescano, di essere “cum Petro e sub Petro”.Si fa sempre più forte la consapevolezza che in questo frangente della storia gli Istituti Secolari sono particolarmente interpellati, perché essi hanno la vocazione e gli strumenti per promuovere tra la Chiesa e il mondo quel dialogo positivo e fecondo, al quale il Concilio Vaticano II ha dedicato tanta attenzione e perfino una profetica Costituzione. Non ci resta dunque che rimboccarci le maniche e provare a dare seguito a quanto maturato o semplicemente intuito.

    Quello che da parte mia sento che ci è chiesto, soprattutto in questo momento storico, è l’impegno ad “osare” di più. “Osare” è un verbo adeguato alla nostra vocazione: contiene infatti l’idea che occorre metterci più genio, più ardore, più passione (e una vita consacrata che non sia anche appassionata non declina l’amore, non è generativa, scivola verso i confini dell’infedeltà); ed insinua la possibilità che comporti il rischio di un maggiore e più alto prezzo da pagare (quel “pagare di persona” di cui parlano le nostre Costituzioni all’art. 4).

    “Osare” non è spavalderia, temerarietà. In latino fa “audere”, identica radice di “audire”=ascoltare, da cui viene anche “obbedire”. “Osare” dunque nasce non da una mozione dell’io, ma dall’ascolto (in questo caso dall’ascolto di Dio) ed è funzionale all’obbedienza, che per noi è una questione di fede.

    Abbiamo dunque una bella sfida davanti a noi: l’affronteremo, perché “noi vogliamo compiere con umiltà di cuore il servizio al quale Tu ci chiami, per l’avvento del tuo Regno di verità e di giustizia, di santità, di amore e di pace”.

    A laude di Cristo. Amen.

 

Giuliano


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