Carissimi fratelli e amici,
abbiamo scelto di misurarci in quest’anno 2024 con un tema, quello della fraternità, che a prima vista può apparire scontato e già abbastanza scandagliato, mentre invece si tratta di un terreno sul quale siamo chiamati a lavorare molto, andando in profondità,perché la fraternità è una dimensione imprescindibile della fede e della missioneevangelizzatrice a noi affidata.
Tanto più che il tema, sul quale vogliamo sviluppare la nostra formazione, non ha un orizzonte limitato alle relazioni interpersonali, ma ha l’apertura universale e universalistica indicataci dall’Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.
Saremo chiamati quest’anno a non inseguire teorie, ma a riplasmare il nostro modo di approcciarci agli altri e alla realtà che ci circonda, incarnando un orientamento spirituale che san Francesco ha fatto proprio in maniera mirabile e peculiare, al di là delle riduzioni sentimentaloidi con cui spesse volte è stato interpretato.
Il tema della fraternità ci riporta ovviamente alla radice della relazione con Dio, perché tutto discende dalla sua paternità; non è una modalità di approccio che io scelgo di mia iniziativa, magari perché la ritengo più efficace e più appagante, ma è un’implicanza imprescindibile della nostra relazione con Dio: sono fratello perché sono figlio e nella misura in cui vivo da figlio; anzi la fraternità è la cartina al tornasole del mio rapporto filiale con Dio.
Questa verità è adombrata in maniera piuttosto esplicita in quanto asserisce la Prima Lettera di san Giovanni apostolo, quando dice: «Se uno dice: "Io amo Dio" e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede»(4,20). Naturalmente, l’odio di cui parla il testo non è solo il rifiuto deliberato dell’altro, ma è anche l’indifferenza, il ragionare alla maniera di Caino allorquando a Dio che lo interrogava sulla sorte di Abele rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4,9).
Pur avendo motivazioni che discendono dal nostro essere figli di Dio, la fraternità non è un abito ovvio, che ci è connaturale: è un modo di essere che va costruito con impegno caparbio, che spesso non risparmia spine e sofferenze. Penso ad esempio a quante umiliazioni ha dovuto subire dalle consorelle santa Teresa di Gesù Bambino, che non hanno però scalfito minimamente la sua volontà di amarle fino all’eroismo.La fraternità è capace di suscitare una gioia grande e incontenibile, ma in sé resta una croce, perché si tratta di morire continuamente a se stessi per assumere un modo di essere nuovo, come ha fatto Gesù.
Come accennavo, la fraternità non riguarda solo le relazioni interpersonali, che pure molte volte sono un tormento, ma qualifica un modo di essere, e quindi un modo di pensare e un modo di atteggiarsi, caratterizzato dal fatto che non considero più la persona o la realtà che mi sta dinanzi come un nemico che mi insidia e dal quale in qualche modo difendermi, ma come un amico da custodire, di cui prendermi cura come una madre fa con il suo bambino.
Proviamo a verificarci su questo terreno iniziando dalle relazioni che viviamo nei nostri Presbiteri e anche nelle nostre Comunità parrocchiali, senza tralasciare il modo con il quale ci rapportiamo in generale alle realtà di questo mondo creato.
Probabilmente, è su questo terreno che il cammino formativo intrapreso dovrà condurci se non vogliamo perderci dietro alle parole. L’esempio e l’intercessione di san Francesco sono per noi un aiuto impagabile.
Con lo spirito del Poverello di Assisi, auguro a tutti di considerare la fraternità una grazia e di crescere nella capacità di esserne testimoni credibili e convincenti.
don Giuliano

BRACIA WSZYSCY

Fratelli tutti – alle Brüder

Fratelli tutti