Carissimi fratelli e amici,
viviamo un tempo della storia che alcuni o molti considerano complicato e difficile, e in una certa logica lo è: si tratta infatti di una fase di passaggio “epocale”, come si dice, che domanda cambiamenti assai ampi a tutti i livelli; c’è un mondo che si è ritrovato improvvisamente “vecchio” e che stenta a passare, e c’è una realtà nuova che fa fatica a decollare, perché non è sostenuta da una lucida e coraggiosa, lungimirante, lettura profetica e sapienziale.
La fatica dipende anche dal fatto che generalmente non si è così predisposti al cambiamento, soprattutto quando è radicale, perché scomoda e apre un orizzonte dai confini non ben definiti, che generano insicurezza.
Ma in una visione di fede dobbiamo essere convinti che questo tempo è invece un tempo formidabile e bellissimo, che merita di essere scandagliato e gustato fino in fondo, superando la tentazione anestetizzante di tirare i remi in barca. È un tempo fecondo, come per una madre il tempo della gestazione, dove la vita che si va formando domanda di poter contare su tutte le risorse dell’esistenza materna.
Sarebbe per noi un peccato imperdonabile, in totale contraddizione con la nostra vocazione, cedere a considerazioni pessimistiche, che sono espressione di paura dell’inedito, e quindi in sostanza paura dello Spirito e resistenza a sradicarsi dalla terra in cui ci siamo sedentarizzati. Ci rendiamo conto che qui la posta in gioco è altissima: si tratta di essere uomini di fede o non esserlo.
La nostra vocazione ci chiede di scommettere sulla fede, dove la fiducia vince ogni paura, obbedire viene prima del capire, l’amore precede e anticipa la logica, lo sforzo di accogliere supera la voglia di comprendere; ci chiede di diventare noi grembo in cui il mondo nuovo si va plasmando per la misteriosa azione dello Spirito, non un grembo inerte ma attivo, come quello di una madre che si lascia modellare dalla vita nuova che in esso cresce fino al momento di essere partorita.
Per un sacerdote missionario della Regalità di Cristo non è compatibile indugiare nell’atteggiamento dei laudatores temporis acti, che già Orazio considerava una sciagura, peggio ancora rifugiarsi in forme del passato, che illudono ma non sono più capaci di educare. Dobbiamo raccogliere le sfide che ci vengono dai fermenti in atto, pronti a metterci in cammino verso l’inedito, senza tuttavia rinunciare alla responsabilità del discernimento, perché non tutto ciò che appare nuovo è anche utile; purché il discernimento non risulti il modo subdolo per bloccare il nuovo che avanza, ma sia condotto totalmente sotto la guida dello Spirito.
In ultima analisi, io credo che per saper cogliere i segni dei tempi e lasciarci orientare da essi per noi sia indispensabile una più solida spiritualità caratterizzata da due dimensioni che si intersecano: una dimensione cristologica, che ci veda immedesimarci più profondamente in Cristo, e una dimensione ecclesiologica, che accresca la consapevolezza che nessuno può essere “battitore libero”, ma che tutti siamo sinfonicamente parte di un corpo la cui saldezza e vitalità sono date dalla fraternità e dall’obbedienza.
Sono certo che la nostra presenza nei nostri presbiteri e nelle Comunità in cui operiamo diventa testimonianza feconda, che esprime la validità del carisma di cui siamo portatori, se sappiamo, con modestia e umiltà, declinare le caratteristiche ricordate con generosa passione e gioiosa consapevolezza.
Per tutti invoco dal Signore il dono abbondante della sua pace e a tutti auguro di essere fermento di Cristo, «perché il Vangelo diventi il cuore del mondo».
don Giuliano

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