Carissimi Fratelli e Amici,

ho avuto il privilegio di ascoltare un’interessantissima conferenza di Roberto Mancini, professore di filosofia etica presso l’Università di Macerata. Tra le molteplici suggestioni da lui proposte nell’analisi del tempo attuale, mi ha colpito particolarmente un pensiero: che amare, lungi dal ridursi ad un sentimento o a qualche generoso gesto di attenzione verso gli altri, significa passare dall’autonomia (da autos e nomos: governarsi da soli, essere autocentrati, vivere rinchiusi nella propria torre d’avorio) alla gratuità. L’autonomia, diceva il Professore, è «necrobiotica», vale a dire che spegne la vita e conduce alla morte, perché isola la persona nello spazio angusto e asfittico del proprio io, annullando la relazioni che per l’uomo sono vitali; la gratuità al contrario è biofila, perché costruisce, fuori da ogni logica di tipo utilitaristico, relazioni libere che sono generative di vita. È la gratuità che dà senso e futuro alla vita dell’uomo e, perciò, è la gratuità che salverà il mondo.

  La salvezza, infatti, non è un punto di arrivo ultraterreno, quasi un premio per chi si è impegnato a vivere bene; la salvezza è oggi perché il mondo è stato già salvato dalla gratuità dell’amore di Dio, che ha raggiunto il suo vertice nel Crocifisso; aderendo all’Uomo della croce attraverso la trasformazione della nostra vita in offerta gratuita, noi facciamo esperienza, manifestiamo e annunciamo questa salvezza ricevuta. I teologi chiamano la vita segnata dalla gratuità dell’amore proesistenza, un’esistenza cioè che, lungi dall’essere messa al servizio dell’autoaffermazione, trova il suo senso nel fatto che si consuma donandosi nella gratuità; e gratuità significa: senza attendersi riconoscimenti, visibilità, contraccambi.

Mi pare che tutto ci rimandi al cuore anzitutto della nostra spiritualità e poi di conseguenza del nostro ministero. Un prete che vive nella gratuità è un prete contento: non soffre la sindrome della prima donna, non ha rivendicazioni da fare, non vive di attese rammaricandosi del fatto che non trovino soddisfazione, dice con libertà e lealtà quello che pensa senza pretendere che il suo pensiero prevalga, antepone gli altri a se stesso e mette le persone prima dei ruoli, vive una vita interiormente pacificata, accetta consapevolmente e volentieri la logica del chicco di grano che per dare la vita, e una vita moltiplicata, deve passare attraverso il crogiuolo della morte.

Nello stesso tempo il nostro ministero sarà veramente al servizio del Regno nella misura in cui annuncia e testimonia la gratuità dell’amore. Come consacrati nel mondo, in questo noi dobbiamo essere segno credibile e presenza contagiosa: per noi è questione di fedeltà alla nostra vocazione.

Noi che ci andiamo interrogando se e in che modo far conoscere la nostra vocazione, nella prospettiva che possa giovare anche ad altri, ci domandiamo se nel nostro presbiterio e nei nostri ambiti ministeriali siamo riconoscibili non per le etichette che assumiamo o che altri ci ritagliano addosso, ma per una decisa testimonianza di gratuità?

La contropartita della gratuità è la venalità, non solo quella che si esprime nell’attaccamento al denaro e alle cose materiali, ma anche quella che non fa nulla senza che vi sia un ritorno a livello di interesse personale.

San Francesco ci aiuti a rendere la nostra vita presbiterale un vaso di argilla, qual è, ma traboccante di gioiosa gratuità.

 

don Giuliano


Od autonomii do bezinteresowności


Von der Autonomie zur Uneigennützigkeit


DE L'AUTONOMIE À LA GRATUITÉ