Carissimi fratelli e amici,
dopo settantasette anni dalla fine della seconda guerra mondiale non potevamo pensare che nel continente europeo si sarebbero nuovamente uditi i rumori della guerra, che fanno riapparire spettri di distruzione e di morte, che credevamo di aver definitivamente esorcizzato.
Già nel 2020 papa Francesco, nell’elencare nell’Enciclica Fratelli tutti le ombre e gli ostacoli che impediscono la fraternità e l’amicizia sociale, aveva profeticamente citato al primo posto i “sogni che vanno in frantumi”: dalla grande e devastante lezione consegnataci dalla seconda guerra mondiale era nato prepotente il desiderio di costruire ponti tra le nazioni e le culture, onde assicurare un progresso nella vita del mondo sotto l’egida della solidarietà e della pace; ma in questo primo scorcio del terzo millennio quella spinta va tristemente spegnendosi per l’insorgere di nuove forme di egoismo nazionalista e razzista. Abbiamo festeggiato nel 1989 la caduta del muro di Berlino: oggi nuovi muri e nuovi steccati si vanno erigendo sempre più numerosi non solo tra gli stati, ma anche tra le persone.
In questo contesto, che risuscita paure e preoccupazioni, come presbiteri che amano interrogare la storia non possiamo non cogliere quanto sia urgente e per nulla marginale l’impegno quotidiano a costruire relazioni aperte al dialogo e proiettate verso la pace. Le relazioni risanate sono infatti il segno manifesto del Vangelo che penetra nella vita degli uomini e sono il frutto più magnifico della Pasqua di Cristo. Ciò vale per la vita della Chiesa e vale per la vita del mondo.
E poiché nessuno credo metta in dubbio che le relazioni sociali affondano le radici nelle relazioni interpersonali, noi che non abbiamo gli strumenti per incidere abbastanza su quelle, abbiamo il dovere di impegnarci nella costruzione di queste. Penso che la svolta o conversione pastorale, di cui tanto si parla e da troppo tempo, consista nel mettere al primo posto l’impegno di tessere a tutti i livelli rapporti protesi verso l’incontro e la comunione, incominciando dagli ambienti più prossimi: il presbiterio, il gruppo, la parrocchia, la diocesi, la città. Se manca questo impegno, non abbiamo il diritto di manifestare a favore della pace, perché la pace non è una bandiera da sventolare, ma un lievito che deve fermentare la massa della farina.
La pastorale che non si nutre della mistica della comunione non rende un servizio al Vangelo. Quando Tertulliano nell’Apologetico (n. 39) afferma che l’elemento di discrimine tra i cristiani e i pagani è racchiuso nell’affermazione sbalorditiva «Vedi come si amano», egli testimonia che non c’è niente che possa rendere più credibile la vita nuova in Cristo delle relazioni comunionali che i cristiani si impegnano a vivere tra loro, accettando perfino di pagare ciò con il sacrificio della propria vita (i cristiani «sono pronti a morire gli uni per gli altri» mentre i pagani «sono più pronti ad ammazzarsi tra loro»).
Che l’impegno ad intessere relazioni di comunione sia non solo una priorità assoluta rispetto alla nostra identità di cristiani e alla nostra missione di evangelizzazione, ma anche un’urgenza imprescindibile, ce lo conferma non solo la testimonianza di Tertulliano: se guardiamo alla realtà delle nostre relazioni all’interno degli ambiti ecclesiali in cui viviamo non c’è proprio da rimanerne edificati. Anche papa Francesco lo denuncia nella Evangelii Gaudium quando parla delle nostre guerre intestine: «Mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?» (nn. 98-101).
Non possiamo continuare a convivere con queste perniciose contraddizioni. Ciò non significa pensare che tutte le relazioni possano essere idilliache, cosa del tutto irreale e per certi versi perfino impossibile, vista la fragilità della nostra condizione umana. Per questo san Paolo afferma: «per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm. 12, 18).
Nel suo saggio Opposizione polare, Romano Guardini riconosce che nell’esistenza umana vi sono delle opposizioni di tipo polare, ma afferma che «l’unità non consiste nell’esistenza giustapposta dei due opposti… si tratta di reale unità, talmente stretta e intima che nessuna delle comparti può esistere o essere pensata senza l’altra. Ognuna coesiste, non solo, ma insiste nell’altra»: è come dire che nessuna delle due parti può vivere, avere un senso, adempiere alla sua missione, se non in relazione con l’altra. È quella che don Tonino chiamava «la convivialità delle differenze».
Il primo obiettivo della nostra pastorale deve dunque mirare a costruire relazioni risanate, redente; a questo serve la misericordia. In questo noi ci sentiamo particolarmente provocati dall’ispirazione francescana della nostra spiritualità. San Francesco ci insegni e lo Spirito Santo ci abiliti ad essere umili e perseveranti manovali nella costruzione di relazioni di fraternità e di pace.
don Giuliano