Carissimi fratelli e amici,
siamo ancora nel pieno dell’emergenza pandemica che forse continuerà ancora a lungo, dal momento che gli studiosi indicano che il livello successivo dell’imperversare del morbo è rappresentato dal passaggio ad una fase endemica, un po’ come l’influenza. Il che significa che dobbiamo predisporci a convivere in qualche modo con questo virus senza rinunciare a vivere in pieno il tempo che ci è dato; non possiamo lasciarci vincere dalla paura e dall’immobilismo.
E’ evidente che dovremo continuare ad adottare tutte quelle precauzioni che la scienza ci indica, mostrando umilmente un pizzico di fiducia in più, al di là di qualche possibile scantonamento, nei riguardi di chi ha la responsabilità di guidare il confronto con questo morbo così insidioso con scelte mirate al bene comune e alla salute pubblica e dettate da chi ha competenza in campo medico ed epidemiologico. Alle volte si ha l’impressione che, come avviene nel calcio dove tutti si improvvisano allenatori ed esperti di tattica di gioco, suggestioni o sistemi di pensiero privi di fondamento scientifico finiscono per conquistarci e trasformarci in paladini di una nuova resistenza, a cui però fanno difetto proprio i criteri della ragionevolezza.
In una logica impregnata di individualismo appare del tutto ovvio che ognuno abbia il diritto di pensarla a modo proprio. Ma io non credo che questa logica sia da sposare tout court da parte di chi è impegnato a vivere a misura del Vangelo; la nostra logica deve essere dettata dall’amore, quello che mette al primo posto il bene comune, per il quale vale la pena anche sacrificare talvolta le proprie opinioni.
Ma non intendo indugiare più oltre su queste considerazioni, perché mi preme spostare l’attenzione su quella che io considero una vera urgenza per il momento attuale. Io credo che il tempo che stiamo vivendo ci stia riempiendo di ansie, di insicurezze e di paure, che non ci fanno vivere bene e soprattutto condizionano il modo con cui ci poniamo di fronte agli altri: facciamo fatica a considerali come un dono di cui gioire e più spesso li avvertiamo come una minaccia da evitare. L’insistenza sul distanziamento come misura sanitaria precauzionale sta finendo per elevare muri e barriere tra noi e gli altri. Crescono il nostro isolamento e la nostra solitudine, avanza la tristezza nel cuore di molti: questo è quanto mi pare di percepire nell’ambito ministeriale in cui lavoro e che trovo particolarmente deprimente.
In un contesto del genere, il mondo forse ha bisogno più che mai di ricercare nuovamente la via della speranza e della gioia. Mi sovviene a proposito un bellissimo testo di don Tonino Bello, da poche settimane dichiarato “venerabile”, che egli ha volutamente e, direi, arditamente deciso di intitolare: “Cirenei della gioia”. Si tratta di una meditazione che egli dettò ai sacerdoti ammalati che insieme con lui, mediante il treno bianco dell’UNITALSI, si stavano dirigendo in pellegrinaggio verso Lourdes.
In quel testo don Tonino parte da una considerazione che trovo quanto mai attuale e adeguata anche al nostro caso; con il suo attraente linguaggio dagli accenti poetici, egli dice che noi, abituati come siamo a vedere la sofferenze che travagliano il mondo, spinti da una carità generosa spesso ci ritroviamo a farci cirenei del dolore, con il risultato che riusciamo in molti casi solo a consolare i cuori afflitti, ma non a risanarli. C’è invece un servizio inedito che ci attende e che probabilmente solo noi cristiani possiamo adempiere: quello di farci cirenei della gioia, dal momento che non siamo certo rimasti al venerdì santo, ma siamo uomini pasquali.
La gioia di cui noi siamo chiamati ad essere profeti scaturisce dalla consapevolezza che questo tempo è, nonostante tutto, una stagione splendida, in cui Dio continua a fare nuove tutte le cose, perché Egli è fedele all’impegno che si è preso con noi, tanto che questa nostra storia, pur con tutti i limiti e le contraddizioni, è una storia redenta, che attende solo che questa redenzione dilaghi e diventi sempre più esplicita. “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”.
Come presbiteri consacrati nel secolo noi dobbiamo avvertire che in questo momento storico ci è chiesto di essere “cirenei della gioia”, educatori di cuori capaci di stupore, di meraviglia che sfocia nella gratitudine. Lasciamoci sospingere dalla parola incoraggiante e provocatoria del profeta: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 52,7). La nostra missione in quest’ora è quella di riaprire nel cuore dei nostri fratelli varchi attraverso i quali la gioia del Risorto possa penetrare e mettere in fuga ogni paura: un cuore che ritrova la gioia è un cuore abitato da Dio.
Il Signore ci renda strumenti della sua gioia.
don Giuliano

Cyrenejczycy radości

Zyrenäer der Freude