Carissimi fratelli ed amici,

 

          la professione dei consigli evangelici, attraverso la quale noi abbiamo consacrato a Dio la nostra vita di presbiteri e che annualmente rinnoviamo, non è una formalità giuridica, ma è l’espressione di una chiara volontà, progressivamente maturata nel profondo del cuore sotto la guida dello Spirito, di inserimento in un dinamismo decisamente orientato verso la perfezione nella vita e nel ministero, di cui si fa garante la Chiesa stessa attraverso l’Istituto. È quanto dichiariamo noi stessi nella formula della nostra  consacrazione. Una professione che sia emessa senza la tensione verso la perfezione è in sostanza una scatola vuota. D’altra parte è questo che ci caratterizza rispetto agli altri presbiteri, che non vivono la nostra vocazione o una vocazione analoga.

 

          È evidente che questo non significa che negli altri presbiteri manchi la tensione verso la perfezione, ma mentre in loro è lasciata alla personale disponibilità alla grazia, per noi è un dovere di stato, perché è motivata e sostenuta dalla vocazione ed è guidata e garantita dalla Chiesa.

 

E tutto questo, come ben sappiamo, non per farci risultare dei privilegiati rispetto al resto del presbiterio, ma quale segno di amore da parte di Dio nei riguardi dell’intero presbiterio. Se mi si passa la banalità dell’esempio, è come nelle sfilate di moda: gli abiti non sono destinati ai modelli, ma al grande pubblico, il quale saprà apprezzare il genio dell’artista creatore e vi aderirà se il modello sarà così abile da mettere in luce al meglio (si potrebbe dire, nel caso nostro, testimoniare) le sorprendenti peculiarità di quel capo di abbigliamento.

 

Vivere e testimoniare la tensione verso la perfezione sono gli scopi della nostra vocazione; al contrario, indulgere nella mediocrità, abbassare la guardia, perdere la passione è ciò che rende insignificante la nostra vita di consacrati. Per non dare per scontato che in noi tale tensione sia presente, potrebbe essere molto utile fare un “check up” sulla base di alcuni essenziali criteri oggettivi di valutazione, come ad esempio: quanto mi costa vivere il ministero? quanta premura per il Vangelo suscita in me? di quanta gioia mi ripaga? quanto rende paterni e generativi i miei rapporti? quanto mi fa crescere in “parresia” e in libertà? quanto la mia vita riflette l’immagine di Cristo? Sono domande impegnative: ma non poteva essere diversamente per chi ha scelto di vivere nella radicalità.  

 

          Certo, poi occorre fare i conti con il nostro vissuto concreto, che è fatto anche di stanchezze, di ferite, di disillusioni, tutti elementi di cui Dio non ha potuto non tener conto nel momento in cui ci ha chiamati. Ma è per questo che c’è la comunità fraterna dell’Istituto, nella cui compagnia posso ritrovare la carica e la gioia dell’«eccomi» che si sono affievolite o momentaneamente perdute. A condizione però che la fraternità sia vera e non una stazione di servizio o un club per ingannare il tempo libero. Anzi, credo che la fraternità non è solo un sostegno per noi, ma costituisce un altro criterio di verifica della nostra tensione alla perfezione: perché se la vita beata consiste nella partecipazione alla vita trinitaria, ostacolata dalle divisioni e dalle frammentazioni provocate dal peccato, una fraternità ritrovata e coltivata è l’unica strada per camminare dritti verso la meta. La fraternità è per noi luogo teologico in cui trova compimento la nostra vocazione.

 

Auguro a tutti voi, fratelli carissimi, di poter vivere fino in fondo lo stupore di una fraternità che non è una camicia di forza, ma il modo per rendere redente e soprannaturali le nostre relazioni.

don Giuliano