Carissimi fratelli ed amici,
quando ci troviamo a pensare alla povertà o a parlare di povertà, la prima immagine che balza immediata davanti alla mente e al cuore di noi, emuli di san Francesco “il poverello”, è la sua spoliazione davanti al vescovo di Assisi, al padre Pietro di Bernardone e alla folla dei curiosi, accorsi davanti alla chiesa di Santa Maria: un gesto inedito e coraggioso, che rivela con quale determinazione Francesco aveva scelto di percorrere la via della piena conformazione a Cristo. Poi la produzione filmografia ha circondato di epicità, talvolta solo di romanticismo, un tale gesto così sorprendentemente crudo nel suo realismo, privandolo della sua inedita forza profetica che racconta di un uomo diventato folle perché conquistato dall’amore.
È un gesto che da solo contiene e rivela tutta l’avventura spirituale di Francesco, tant’è che lo ritroviamo replicato, quasi a costituire una sorta di cornice, anche nel momento in cui sta per lasciare questo mondo, quando si fa deporre “nudo sulla nuda terra”. La lettura del gesto data sia dal Celano che da san Bonaventura è quella della preparazione alla morte imminente, “per lottare nudo con un avversario nudo”, il tentatore.
Alla luce della spoliazione iniziale il gesto appare, a mio giudizio, ancora più pregnante. La spoliazione iniziale è un gesto di libertà totale, condizione indispensabile per amare lasciandosi amare; la spoliazione finale è lo svelamento dell’uomo nuovo, partorito e riplasmato dall’amore crocifisso.
Se questa lettura può risultare sostenibile, Francesco allora ci dice che la povertà non deve essere un feticcio dietro cui correre, ma trova il suo senso solo se è scelta e vissuta in funzione dell’amore. Ne discende che, al di là di alcuni indicatori comuni prescritti dalle Costituzioni (dar conto dell’uso del denaro e dei beni materiali e chiedere l’autorizzazione per le spese straordinarie), non vi è un unico modo per vivere fedelmente la povertà di cui facciamo voto, ma tutto è misurato dall’amore, quello vero che apprendiamo alla scuola di Cristo e che ci è richiesto dalla storia, dalle persone e dalle situazioni di vita che ogni giorno incontriamo.
La nostra povertà non dipende dalla quantità di denaro che possediamo o dall’uso che facciamo dei beni materiali. Rimanere su questa piattaforma significa rischiare di inceppare nella mediocrità e nelle logiche di un criterio di apparente prudenza, che configurano lo stile tipico del fariseismo; poi resta la tentazione di una vita borghese (dove non c’è il lusso ma non mi manca nulla e non solo del necessario), che è in agguato ed è un tremendo inganno. La logica dell’amore non è equilibrismo, ma radicalità; o si dà tutto, o non si dà; o si vive come servi degli altri, o inevitabilmente si diventa servi di se stessi.
La nostra deve essere per vocazione una povertà profetica, come quella di Gesù, che dice: «Le volpi hanno una tana e gli uccelli del cielo un nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Deve essere una povertà che si coniuga con “libertà”: libertà di stare con tutto noi stessi e la nostra responsabilità dove siamo collocati e libertà di andare senza rimpianti quando è il momento di lasciare; libertà di usare con essenzialità quello che abbiamo e libertà di dare con generosità quello che abbiamo ricevuto in dono; libertà di pensare come ci ispira il cuore e libertà dai pensieri che ci occupano il cuore; libertà nelle relazioni, che devono essere vere ed intensissime, ma senza conquistare o lasciarsi conquistare; libertà di sognare, purché i sogni non siano i nostri ma quelli di Dio.
Per essere profezia la nostra povertà deve superare ogni connotazione di tipo sociologico per collocarsi in una dimensione mistica; è il poter dire con l’apostolo Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!» (Gal 2,20).
Questo ci fa intendere per quale ragione e con quale passione Francesco la chiamava “Madonna Povertà”. Se la verginità ricostruisce il cuore per renderlo capace di amare, la povertà è la pelle che lo riveste e lo rivela.
Che straordinario mistero è quello in cui ci troviamo, senza nostro merito, coinvolti! L’augurio mio per tutti è che questo mistero, come per Francesco, finisca per conquistarci, sommergerci e permearci.
Giuliano