LETTERA DEL PRESIDENTE - aprile 2019

GAREGGIATE NELLO STIMARVI A VICENDA

 Carissimi fratelli ed amici,
        nonostante il tema della comunione sia permanentemente all’ordine del giorno dei nostri presbiteri, non possiamo negare la fatica quasi impossibile che facciamo a passare dalle parole ai fatti. Sicuramente non bastano le esortazioni che puntano quasi sempre su un volontarismo condito di ascesi, e neanche la ri-proposizione dei fondamenti teologici della comunione presbiterale. Io credo che non basti il solo sacramento dell’Ordine a costituire un presbiterio degno di que-sto nome e neanche l’apporto delle virtù umane: la vita fraterna è fondata sul Vangelo, e laddove la comunione fa fatica ad imporsi è probabilmente perché manca il Vangelo.

    Se questa considerazione avesse un qualche valore, non mancherebbe di proporci interrogativi molto seri, che interpellerebbero anche la nostra vocazione. Mi sembra evidente infatti che a difettare non può essere l’azione dello Spirito, ma la cooperazione della parte umana. Lo Spirito confeziona l’abito, ma la stoffa la forniamo noi e se il tessuto è inadeguato al vestito mancherà sempre qualcosa che oscurerà l’opera dello Spirito e ne condizionerà l’efficacia.

    In questo orizzonte suggerisco di riprendere, come avevo già proposto nell’Assemblea dei Responsabili del 2014, mio malgrado senza riscontri, tra gli al-tri il testo di Romani 12,1-21, che esordisce esortandoci a riconoscerci dentro il mistero della misericordia di Dio, da cui dipende la nostra capacità di trasformare la nostra vita in culto “spirituale”, l’unico veramente gradito a Lui.

    Papa Benedetto XVI nella prima udienza generale del 2009 spiegava che il paolino “culto spirituale” non va inteso in senso moralistico, sostituendo gli animali dei sacrifici antichi con l’offerta della nostra vita, ma nel senso della conformità a Cristo: la nostra vita diventa sacrificio gradito a Dio nella misura in cui si radica in Cristo lasciandosi permeare dal Vangelo. Una vita che ha non il respiro del Vangelo non è una vita conforme a Cristo.

    E per evitarci il rischio di inseguire astratte teorie, l’apostolo Paolo nel testo citato ci offre alcuni indicatori concreti che certificano l’incidenza del dinamismo della conformazione a Cristo. Ne cito alcuni che a me sembrano più decisivi di al-tri e, comunque, comprensivi degli altri:

1.    «non valutatevi più di quanto conviene» (Rm 12,3): è evidente che una vita autocentrata e autoreferenziale non solo non lascia spazio a Cristo (e meno ancora agli altri), ma finisce per strumentalizzare Cristo e asservirlo bla-sfemamente al raggiungimento dell’unico obiettivo, che è quello dell’affermazione di sé;

2.    «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10): non si tratta di dedicarsi all’esercizio ipocrita di tessere degli altri lodi finte e false, ma di saper rico-noscere il bene che,insieme con i limiti, c’è in ogni persona, costruendo le relazioni interpersonali su di esso ed evitando il condizionamento che può venire dalle debolezze altrui; e questo comporta uno sforzo immane non solo perché si tratta di scoprire il bene, in genere meno emergente in mezzo ai difetti dell’altro che sempre si impongono con maggiore evidenza, ma anche perché si deve combattere con la presunzione, l’invidia e la gelosia del proprio io;

3.    «non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21): que-sto delinea in maniera ancora più chiara il senso del gareggiare, indicato dall’apostolo, e implica il parlare solo bene degli altri e il tacere delle debo-lezze altrui (le “chiacchiere” di cui parla sovente papa Francesco), salvo il dovere della correzione fraterna che ha il suo spazio nella relazione diretta tra le due persone interessate e presuppone un livello significativo di fra-ternità già raggiunto.

Laddove manchino questi indicatori, si deve fondatamente dubitare del proprio impegno di conformazione a Cristo. E questa è la causa, a mio modo di vedere, della fatica della comunione che travaglia i nostri presbiteri.

E per quel che ci riguarda in modo specifico:
1.    la consacrazione non ci impegna a lasciarci informare dal dinamismo della piena conformità a Cristo crocifisso? Se mancano i segni indicatori di un pro-cesso di conformazione in atto, che ne è della nostra consacrazione?
2.    la nostra missione secolare non ci vede essere fermento di comunione anzitut-to nei nostri presbiteri? E se questo non accade, qual è la risposta e la fedeltà alla nostra vocazione?
Ecco dunque in che senso il discorso si fa per noi molto serio.

Auguro a ciascuno che si lasci contagiare dalla passione di Francesco per Cristo e sposi la sua ferma volontà di farsi umile servo degli altri per edificare in questo mondo la Chiesa, seme e fermento del Regno di Dio.

Il Signore vi dia pace.

Giuliano

 

Übertrefft euch in gegenseitiger Achtung

 

W okazywaniu czci jedni drugich wyprzedzajcie

 

 

ESTIMEZ-VOUS RECIPROQUEMENT