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Secolarità dei laici e dei presbiteri: anni di chiarificazione teologica

  Dopo la pubblicazione della Costituzione Apostolica di Pio XII “Provida mater ecclesia” (2/02/1947), sono state diffuse opinioni discordi sul concetto di “secolarità degli istituti presbiteriali rispetto alla “secolarità” che, nel suo intrinseco valore, sarebbe propria soltanto degli istituti laicali. La questione è stata posta nei termini seguenti.
  Nella “Lex peculiaris”, art.1, annessa alla citata costituzione, Pio XII ha disposto che le Associazioni o Società “clericali o laicali”, i cui membri “professano i consigli evangelici vivendo nel mondo” fossero denominate con nome proprio “Istituti Secolari”.
  Questa denominazione, che include la compresenza di chierici e laici nell'ambito degli II. SS., è stata mantenuta nei successivi numerosi documenti della S. Sede, ed è stata recepita dal nuovo Codice di D.C. del 1983, con la precisazione che “un membro di I. S. in forza della consacrazione non cambia la propria condizione canonica, laicale o clericale, in mezzo al popolo di Dio” (can.711).
  Questa configurazione nello stesso ambito canonico di due realtà ecclesiali distinte ha suscitato fin dall'inizio un contrasto di interpretazioni, che non è ancora superato neppure oggi.
  In pubblicazioni di teologi e in interventi di responsabili di II. SS. Laicali sono state sollevate obiezioni di vario genere, che si opporrebbero ad una accettazione condivisa degli Istituti presbiteriali nell'area degli II. SS. “tour-court”.
  Le ragioni di questo atteggiamento negativo, schematizzando genericamente, possono ricondursi ad una concezione della natura e della missione della Chiesa, secondo la quale:


al sacerdozio ministeriale sarebbe affidato il sacro, e al laico il profano;
il modello paradigmatico dell'autentica secolarità sarebbe quello del laico, la cui secolarità è per sé intrinseca al suo stato ecclesiale, mentre del presbiterio sarebbe estrinseca e puramente giuridica.
  Prendendo atto di questa contrapposizione, che genera disagi a livello di rapporti tra II. SS., non favorisce una serena comunione ecclesiale, e può essere un pregiudizio per l'efficacia dell'urgente nuova evangelizzazione del mondo, Don Angelo, con forte determinazione, ha anzitutto curato la raccolta di saggi di varia indole (storica, patristica, teologica e pastorale), raccolti come appunti di spiritualità presbiteriale, in “Preti nel mondo per il mondo”1.
  La Commissione per la formazione permanente dell'Istituto nell'agosto 1984 ha presentato alla Assemblea generale della CMIS (Conferenza Mondiale Istituti Secolari) un documento su “L'indole secolare dei Sacerdoti: come e in qual modo”2 .
  In seguito, in collaborazione con un gruppo di presbiteri organizzato nella CMIS, del cui Consiglio Direttivo era membro, Don Angelo ha promosso un Seminario di studi, svoltosi a Roma nell'agosto 1988, sullo specifico e sul vissuto della secolarità del presbitero diocesano. Al seminario, di cui sono stati pubblicati gli Atti sotto il titolo: “Secolarità e radicalismo evangelico: una risposta alla sfida della secolarizzazione” (LDC 1991), hanno partecipato presbiteri d'Europa, d'America, d'Africa e dell'Asia.
  Le “Proposizioni conclusive del Seminario di studi” contengono, tra l'altro, questa chiara affermazione di principio di carattere generale: “La secolarità del presbiterio non è qualche cosa di esterno, non è un'aggiunta accidentale, non è una cosa opzionale e puramente funzionale. La secolarità è, invece, una dimensione che qualifica l'essere del presbitero, la sua vita e la sua missione, come qualifica l'essere della Chiesa stessa. Questa, infatti, secondo una limpida e illuminante affermazione di papa Paolo VI, 'ha un'autentica dimensione secolare, inerente alla sua intima natura e missione, la cui radice affonda nel mistero del Verbo incarnato, e si realizza in forme diverse per i suoi membri – sacerdoti e laici – secondo il carisma proprio di essi”3 .
  Viene poi sottolineata la specificità dell'azione che i presbiteri membri di un I. S. devono svolgere in forza della loro vocazione e consacrazione: “L'appartenenza dei presbiteri ad un I. S. li condurrà forse in situazioni più rischiose. Ma noi siamo convinti che la Chiesa è veramente Chiesa di Gesù Cristo, a patto che viva 'alla frontiera'. Questa esigenza 'di frontiera' sarà segnata particolarmente da una vera solidarietà con i poveri e gli esclusi, dei quali spesso le nostre società altro non fanno che accrescere il numero. La consacrazione secolare è pertanto eminentemente missionaria e missionaria 'di frontiera', cioè di situazioni non ordinarie né abituali né facili. Essa è uno dei luoghi privilegiati dell'annuncio del Regno di Dio”4.
  Per la preparazione del Congresso della CMIS che si tenne nell'Agosto 1996 a S. Paolo in Brasile sul tema: “Come essere un laboratorio sperimentale nella prospettiva del terzo millennio”, il Consiglio direttivo acconsentì che, come seconda parte dell' “Instrumentum laboris”, gli II. SS. presbiterali presentassero al Congresso un documento di minoranza, che fu redatto secondo i seguenti punti di sviluppo:


1. Principio-base della teologia di tutti gli II. SS. è la già citata affermazione di carattere cristologico-acclesiologico fatta da Paolo VI nel discorso commemorativo del XXV° della “Provida mater” il 2 Febbraio 1972: “La Chiesa ha un'autentica dimensione secolare…”.
2. Conseguentemente, si deve affermare che il modello esemplare originale, o “forma” della secolarità cristiana non è lo stato laicale rispetto a quello clericale o viceversa, ma è il mistero del Verbo incarnato, primo e perfetto “secolare”, così come si è manifestato nei 33 anni della sua vita terrena.
3. Il termine “secolare”, applicato a due stati di vita ecclesiale diversi, deve essere interpretato nel suo significato, non univoco, ma analogico, cioè in un senso in parte uguale e in parte diverso. Il concetto di analogia è di fondamentale importanza per la retta comprensione dei misteri rivelati e di tutta la vita della Chiesa.
4. Ecclesiologicamente c'è da augurarsi che, con un chiaro riconoscimento di stati di vita e di ministeri diversi, ma non separati, si sappia vivere con più fedele coerenza, senza sterili contrapposizioni, il mistero della organica fra tutte e le singole membra del Corpo Mistico di Cristo.
  Ribadendo questo principio, in un suo messaggio al Congresso CMIS di S. Paolo sulla secolarità, Carlo Truzzi ha osservato: “È meglio che ci accogliamo fraternamente, laici cristiani e sacerdoti, nel riconoscimento di uno stesso dono di consacrazione secolare, vissuto con modalità in parte diverse” 5.

  A conclusione, due annotazioni:

Il concetto di una autentica “secolarità” nella missione del prete diocesano stenta, purtroppo, ad entrare nella mentalità sia del clero, sia del laicato.
Vogliamo, nondimeno, sperare che le iniziative e gli studi promossi a questo riguardo dal nostro Istituto siano stati di appoggio al cammino pastorale della Chiesa.

 
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